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TERRA PROMESSA-IL SOGNO ARGENTINO by Paola Cecchini



Patrocinato dall’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires, dall’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia, dal Ministero per gli Italiani nel mondo, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Ufficio Scolastico Regionale), il libro ricostruisce in 1.100 pagine, 670 note, 28 tabelle statistiche, 106 foto d’epoca, 23 testi normativi, 3 diari e 68 testimonianze, la storia dei marchigiani in Argentina.

In realtà i volumi sono due: 'Storia e testimonianze' e 'Appendice statistica e normativa'



TESTIMONIANZE: Maria e Mario


Maria Virgulti, vivacissima ascolana, é emigrata in Argentina nel 1947 col marito Mroczek Mieczyslaw. Ora vivono a Burbank, vicino a Los Angeles, in California, dove l’intervista mi è stata rilasciata il 10 gennaio 2004.


Dov’è nata, signora?

Ad Ascoli Piceno.


Ci torna qualche volta?

Come no, amo molto la mia città e ci torno quando posso.

Quanto tempo ha vissuto ad Ascoli?

Circa dodici anni.


E poi dove si è trasferita?

A Roma.


Come mai?

A quei tempi (siamo nel 1932 -’34) non c’era molto lavoro, anche se mia madre si adattava a tutto. Per lei era molto duro andare avanti, sola e con una figlia a carico, perché nessuno dei parenti ha mai steso una mano per aiutarla. Molte volte di notte la sentivo piangere perché la vita diventava sempre più difficile. Deve sapere che io fino ad otto anni ho passato molto tempo in ospedale; qualsiasi malattia infettiva comparisse, me la prendevo e così mi internavano per mesi e mesi.


Che successe in seguito?

Mia madre aveva un cugino a Roma, vedovo con due bambini. Le offrì di andare ad abitare da lui, per governare la casa ed allevare i figli. Mamma accettò immediatamente e mi lasciò con una zia paterna che non mi piaceva per niente, ma non avevo scelta.

Con la tristezza nell’anima, mamma partì per Roma, promettendomi di portarmi con sé al più presto. E così fece qualche mese dopo.


Vi fermaste molto lì?

Fino a quando lo zio non si sposò, l’anno dopo; poi ce ne andammo per conto nostro.

Io andavo a scuola la mattina e tutto il pomeriggio lo passavo per strada a giocare.

A mia madre tutto questo non piaceva e così decise di mettermi in collegio dove mi veniva a

trovare tutte le domeniche.


Lei era contenta?

Mi sentii sola come non mai; tutto mi era nuovo, estraneo: le file, il tempo di dormire, il

tempo di alzarmi, il tempo di pregare…I primi momenti mi sentivo intontita, non mi capacitavo che mia madre mi avesse potuto far questo.


Com’era il collegio?

Era l’Istituto Rivaldi ed apparteneva al principe Rivaldi. Era molto costoso; era gestito dalle suore del Preziosissimo Sangue, non so se le conosce, quelle che hanno la cuffia pieghettata. Erano brave, buone e tutte maestre eccetto quelle che lavoravano in cucina. Dopo un piccolo test, mi ammisero al primo Avviamento; così cominciò la mia vita di educanda; non mi pesava più tanto, ma certo non mi rassegnavo.


Come faceva sua madre a mantenerla?

Mamma faceva due lavori per poter vivere e pagare la retta. Ma aveva fatto male i conti,

credo, perché dopo due mesi capì che non ce la faceva. Si raccomandò a tutti i santi, nessuno sembrava ascoltarla e così un giorno andò alla sede del partito Fascista a chiedere aiuto.


La aiutarono?

Nessuno le tese una mano, così lei si arrabbiò, litigò con una delegata del partito che stava per farla arrestare. Mia madre chiese allora che sarebbe successo a me in tal caso e lei le rispose che mi avrebbero mantenuta loro. E perché non in altra circostanza, allora? -chiese lei. Fu così che il Comune di Roma si fece carico di me e pagò la mia retta.

Mia madre continuò il suo lavoro, ma con l’animo più tranquillo. A questo punto sicuramente si domanderà dov’era mio padre . Mi sta leggendo nel pensiero, infatti. Mio padre era emigrato negli Stati Uniti. Scrisse per tre o quattro anni e poi più nulla, e così che mia madre rimase sola a combattere per andare avanti. Ogni tanto metteva cinque dollari nella busta e questo era tutto; parlava di brutti tempi e non poteva dare di più.


Sua madre non si lamentava di lui?

Nonostante tutto, no, anzi lo difendeva davanti alla sua famiglia.


Non scrisse a suo padre in occasione del collegio?

Certo che lo fece. Ma lui rispose che a dieci anni ero grande abbastanza per andare a

servizio; allora mia madre decise di dare un taglio netto alla relazione con mio padre e non rispose più alle sue lettere.


Perché era emigrato suo padre?

Mio padre era socialista e militava con le squadre organizzate da Mussolini. Quando il duce arrivò al potere, fondò il fascismo e questo fu una tremenda offesa per i socialisti che avevano creduto in lui. Nell’anno stesso in cui nacqui, emigrò in Francia.


Come si trovò?

Male. Allora gli emigranti erano trattati là peggio degli schiavi e così anche in Germania e

Belgio. Tornò dopo un po’ che era uno scheletro. Pochi mesi più tardi partì di nuovo, perché in Italia non si trovava lavoro; ce n’era poco per tutti, lui in più era socialista, cosa che non lo facilitava di certo.


Dove andò?

Tornò in Francia ma con un altro fine, quello cioè di prendere la prima nave ed andare lontano, magari in America. Ne prese una diretta in Canada. Era clandestino e viaggiò nascosto nel deposito del carbone assieme al fuochista che quando andava a mangiare gli portava qualche cosa da mettere sotto i denti, ma era ben poco. Stava nascosto tutto il giorno, non vide la luce del sole per un mese ed usciva dal nascondiglio soltanto la notte quando nessuno circolava per poter respirare un po’ di aria pura.


Quanti anni aveva?

Ventisei.


Quanto tempo rimase in Canada?

Qualche mese, poi con altri, sempre in cerca di fortuna, riprese la nave ed andò negli Stati Uniti. Sbarcò a New York e lì rimase a lavorare finché non andò in pensione.


La sua posizione era illegale negli U.S.A.?

Lo fu per molti anni. Credo che gli concessero la residenza però la cittadinanza gli fu sempre negata per motivi politici. Anzi, le dirò di più: secondo quanto mi riferirono, durante le feste nazionali lo arrestavano per tre giorni: lo arrestavano il giorno precedente la festa e lo rilasciavano il giorno dopo. Qualcuno doveva pagare - non so quanto - per farlo uscire. Così ha vissuto per molti anni senza mandare a mia madre un centesimo, cioè per lui non esistevamo; mia madre a ventiquattro anni era già sola, con una figlia piccola, ha dovuto lottare con i denti per procurarsi da vivere. Mio padre come molti degli emigranti, aveva lasciato indietro tutto: la patria, la casa e la famiglia. Quando mi sposai, mamma volle che gli mandassi le foto tramite una delle sue sorella a cui sempre scriveva. La zia mi scrisse che mio padre si ero incuriosito di tutto e di tutti, però non riconobbe nessuno nella foto; io credo che nemmeno gli venne in mente che la sposa era sua figlia.


Ha sentito la mancanza di suo padre?

In verità, con la mamma che ho avuto, non ho mai rimpianto mio padre. D’altronde, come si può rimpiangere una cosa che non si é mai avuta o non si é mai conosciuta? Ho avuto una madre meravigliosa che ha sacrificato la sua vita per me.


E’ sempre rimasta in Italia sua madre?

No di certo. Venne in Argentina quando ci sistemammo; poi quando ottenemmo il visto per gli Stati Uniti, dovette tornare in Italia fino a quando ottenni la cittadinanza. Allora si trasferì di nuovo con noi, insomma ci accompagnò per tutta la vita e ci spronò sempre. Con una mamma così come potevo pensare a mio padre?.


Perché emigrò in Argentina, Maria?

Fin dal 1942 ero impiegata come ragioniera all’ I.N.P.S. di Roma ma persi il lavoro quando, il 29 giugno 1946, mi sposai.


Come mai?

Quando tornai dal viaggio di nozze, trovai il telegramma di licenziamento. Andai in ufficio per sapere il motivo e mi dissero che non ero più italiana poiché mi ero sposata con uno straniero. Avevo perso la cittadinanza e di conseguenza non potevo lavorare in un ufficio pubblico.


Tutti la perdevano?

Furono fatte molte ingiustizie a quel tempo. Nessuno si permise di toglierla a chi aveva

sposato militari inglesi o americani. La tolsero a noi che avevamo sposato militari polacchi.


Che successe dopo?

Per un anno circa lavorai nello studio di un avvocato; lo stipendio non era alto però c’era

mamma che ci aiutava. Era comunque poca cosa, così decidemmo di partire per costruirci un futuro: nelle nostre condizioni chi ci avrebbe dato lavoro in Italia?


Perché sceglieste l’Argentina?

In quel momento era l’unico stato che accettava emigranti.


Quando partiste? Lo ricorda?

Come non potrei? Alla fine di ottobre del 1947.


Non ci furono problemi col passaporto?

Altroché! Quale non fu la mia sorpresa quando l’impiegato mi disse che non me lo poteva rilasciare perché non ero cittadina italiana. Ci indirizzarono alla Croce Rossa Internazionale che fecea me e a mio marito i passaporti di rifugiati politici. Tutti e due rifugiati, senza cittadinanza.

Siamo rimasti in Argentina sedici anni senza cittadinanza; se fossimo spariti, nessuno ci

avrebbe reclamato. Insomma, ci hanno trattato peggio degli esiliati.

A noi non interessò prendere la cittadinanza argentina, cosi rimanemmo apatridos.


Apolidi?

Sì, apolidi. Tutti e due, mi dice.


Anche suo marito non aveva la cittadinanza?

Sì, anche lui aveva perso la cittadinanza polacca, perché finita la guerra in Polonia si doveva votare per il governo comunista; chi si rifiutò di farlo come lui, la perse.

Facciamo un passo indietro. Come arrivò a Roma suo marito? Direttamente dalla Polonia?. E’ una storia lunga.


Mi racconta qualcosa?

Aveva diciannove anni, tutta una vita davanti a sé e tutto un mondo da scoprire. Aveva terminato il liceo classico e sarebbe entrato di lì a poco all’università quando la Polonia fu invasa dalle truppe tedesche. Come tanti altri pensò di fuggire, ma non era facile, perché parte della Polonia era occupata dai tedeschi e parte dai russi. Mio marito e i suoi amici cercarono di passare dalla parte russa per fuggire in Romania e mio marito riuscì anche ad avere da un alto ufficiale l’itinerario che avrebbero dovuto fare per attraversare la frontiera. Tra loro vi erano molti ebrei che cercavano scampo dai tedeschi, poiché prevedevano di non fare una bella fine.


Riuscirono a scappare?

No. Attraversando la frontiera si imbatterono in due guardie polacche e furono arrestati. Le due guardie erano israeliti, fu questa una sorpresa terribile, può immaginare. Restarono in carcere quattordici mesi. A quel tempo tutti gli intellettuali polacchi erano in carcere, passavano le giornate a insegnare, a parlare, a raccontare.


Come era la prigione?

Erano così tanti in cella che non c’era posto per dormire, ma lui riusciva a farlo perché era capace di raggrovigliarsi in terra come un gatto. Il vitto era un pezzo di pane e una minestra. Il corpo si stava indebolendo ma le autorità non decidevano niente per lui. Mio marito cominciò allora lo sciopero della fame e fu così che lo condannarono a otto anni di Siberia, da quell’inferno dove non si esce vivi.


Quanto tempo ci rimase?

Otto mesi, durante i quali fece una vita infernale e molte volte desiderò di morire. Il freddo era enorme, tagliare gli alberi era terribile, tutto in cambio di un pezzo di pane e di acqua calda. Dormiva in terra sulla paglia e molte volte al mattino trovava i compagni morti assiderati. Erano scarni e pieni di piaghe.


Come riuscì a scappare?

Non si scappa dalla Siberia. Per fortuna Polonia e Russia vennero ad un accordo e tutti i

prigionieri polacchi in Russia furono rilasciati. Lo chiamarono e gli domandarono dove voleva andare. Lui guardò la mappa e scelse la Persia. Gli dettero allora un biglietto ferroviario, tre chili di pane e un chilo di formaggio. Uscito di prigione si sedette in terra e affamato com’era, mangiò tutto quel che aveva: era il

primo momento felice dopo due anni di patimenti, perché in Siberia finisce ogni ragione

umana, con un ginocchio infetto per la caduta di un albero, si trascinò fino alla stazione dove grande fu la sua sorpresa nel vedere bancarelle che vendevano frutta, carne, pane, cose da capogiro per lui.


Gli sembrò un miraggio; allora vendette il biglietto del treno e si comprò ancora del cibo.

Poi che successe?

Per un poco di tempo continuò a vagare pensando a come raggiungere la Persia, poi, quando finirono i soldi, salì su un treno ma fu bloccato dall’ispettore che gli intimò di scendere perché senza biglietto.

Lui lasciò il posto e senza farsi vedere, si nascose sopra i sedili, sul porta-bagagli. Rimase lì per qualche giorno perché i passeggeri ogni tanto gli davano qualche pezzo di pane. Arrivò in questo modo al sud della Russia dove incontrò qualche connazionale. Un giorno vide un ragazzo che aveva conosciuto in Siberia, e si sorprese nel trovarlo pulito e ben messo, mentre lui era sudicio, pieno di pidocchi e con un ginocchio quasi in cancrena. Seppe così che lì vicino c’era un piccolo ospedale, con infermiere polacche, dove lui era già stato. Quando arrivò, fu ricoverato immediatamente, viste le sue condizioni. Lo spogliarono, lo misero in una tinozza piena d’acqua, lo lavarono, bruciarono i suoi vestiti. Aveva ventun anni e pesava trentasette chili. Lo rifocillarono, poi gli assegnarono un letto. Lì non poté trattenere l’emozione: dopo tutto quello che aveva passato, era la prima volta che dormiva in un letto con lenzuola pulite e senza pidocchi, gli sembrò un miraggio. Pianse tutta la notte, non poteva credere di aver avuto tanta fortuna. L’ospedale era piccolo, perciò dopo tre settimane lo dovettero dimettere.

Incontrò così un gruppo di polacchi che cercava, come lui, di raggiungere la Persia; furono tutti imbarcati verso una località a raccogliere cotone; poi seguitarono a viaggiare, finché la raggiunsero. Lì incontrarono gli inglesi che li militarizzarono e li mandarono in Sud Africa. Qui successe un fatto curioso che merita di essere raccontato.


Quale?

Le autorità sudafricane informarono le autorità inglesi che da quando i militari polacchi erano giunti in città mancava sempre il pane. Gli inglesi indagarono e scoprirono che sotto il letto di ogni soldato polacco, vi erano sacchi e sacchi di pane. Interrogati, i militari risposero che avevano terrore di restarne senza. Può immaginare quanto questi ragazzi avessero sofferto la fame. Dal Sud Africa infine raggiunsero la Scozia per gli addestramenti. Quelli che non partirono per la Polonia, furono mandati in Italia e sbarcarono a Napoli. Ad una festa di compleanno organizzata da militari polacchi per il loro comandante, accompagnai un’amica che era fidanzata con uno di loro. E fu così che lo conobbi. Per i miei parenti in Italia (e poi anche in Argentina), il suo nome è stato italianizzato in Mario. Torniamo ora a voi due che decidete di partire per l’Argentina.


Con che nave lo faceste?

Una nave inglese, si chiamava Empire Lance. Era una nave da guerra con poca stabilità, si dondolava molto. Era stata messa a disposizione dal comando inglese per il trasporto di polacchi in Argentina. Il generale Perón aveva salutato questa emigrazione come luna

benedizione del cielo. Una sola nave prima di noi era giunta a Buenos Aires, dopo la seconda guerra. La nostra fu la seconda.


Quanti eravate?

Circa trecento, fra uomini, donne e bambini.


Conoscevate qualcuno in Argentina? Avevate punti di riferimento?

No.


Da dove partiste?

Da Genova. Da Roma a Genova viaggiammo in treno per una nottata; mia

madre ci accompagnò e rimase con noi fino all’imbarco.


Come fu la partenza?

Fu un momento veramente tragico, il cuore stretto da una pena immensa… Noi sventolavamo i fazzoletti e loro, i parenti, ci mandavano baci. Tutti rimanemmo a coperta, finché non vedemmo la terra sparire, poi abbracciai mio marito come per dirgli: Coraggio, ora siamo soli.


Come andò il viaggio?

Per me fu brutto perché soffrii molto il mal di mare. Non potevo mangiare nulla, così il medico di bordo mi mise a dieta e per ventun giorni mangiai solo riso bollito condito con olio. Poi non potevo dormire in cabina, perché mi sentivo soffocare, mi prendeva panico. Cosi mi allestirono una branda sul ponte con molte coperte e lì passavo le notti sotto le stelle. Mio marito era angosciato per questa situazione, però non si poteva fare diversamente. La nave si fermò alle Canarie, quasi tutti scesero ma io non me la sentii. Si ripartì la stessa giornata.


Come trascorrevano le giornate?

Bene, perché eravamo molte giovani donne, tutte italiane sposate con polacchi. Molte di loro avevano dei bambini che riempivano di gioia tutto l’ambiente. Ci facevamo coraggio,

guardavamo il mare forse con la speranza segreta di rivedere la nostra terra, ma la nave ci portava sempre più lontano.


Quale fu il primo impatto con l’Argentina?

Arrivammo al porto di Buenos Aires e quale non fu la nostra sorpresa nel vedere tanta gente, le donne italiane che erano giunte con la nave precedente, che invece di salutarci ci gridavano: Non sbarcate, tornate indietro! Qui non é per noi!. Rimanemmo a bocca aperta ed in ansia, non conoscevamo il motivo di tutto questo, però per noi già era troppo tardi, non potevamo ritornare. Lo sbarco fu un vero trambusto.


Quanti soldi avevate con voi?

Ventidue dollari comperati a Roma. Non di più, perché non si sapeva che moneta avremmo trovato. Certo, quello che avevamo era meno che niente.


Quale fu l’impatto con Buenos Aires?

Traumatico, nonostante la bellezza della città. Eravamo completamente spaesati, ci trovavamo in un mondo diverso da quello che avevamo lasciato, era un passo indietro di almeno trent’anni; ci sembrava di essere tornati all’età della pietra. Ci sentimmo perduti, avevamo lasciato indietro la nostra vita, i nostri ricordi, i nostri familiari e gli amici.

Mi sono care le parole di Dante che, cacciato da Firenze, nel suo peregrinare scrisse: Come sa di sale lo pane altrui e come duro calle lo scendere e salir le altrui scale. Quante volte le ho ripetute, anzi, non le ho mai dimenticate, perché per noi e’ stata la stessa storia.


Vi fermaste all’ Hotel de inmigrantes?

Sì, ci diressero lì. Era così per tutti quelli che non avevano già un contratto di lavoro.


Come lo ricorda?

Era un edificio tetro e di antica costruzione, senza nessunissimo comfort. Ci assegnarono a cameroni con letti uno sopra l’altro, le donne in un camerone con i bambini e gli uomini in un altro. Nel corridoio c’erano molti la vandini dove la mattina ci si lavava come si poteva, prima le donne e poi gli uomini, quindi insieme si andava a colazione, in un ambiente grandissimo, pieno di tavoli lunghi lunghi. Ci servivano latte e caffè con panini freschi e finalmente, seduti tranquilli, si cominciava a pensare al da farsi.


A pranzo che mangiavate?

Guiso, a pranzo e cena.


Cos’è?

Carne in padella con cipolla, pomodori, peperoni e patate.


Quanto tempo vi fermaste lì?

Quasi un mese.Tutti i giorni si usciva con la speranza di trovare lavoro e poterci rendere

indipendenti, ma questo non era facile, perché oltre al lavoro dovevamo trovarci anche un alloggio. Era un problema perché quando riuscivamo a trovare lavoro, venivamo messi subito fuori dell’Hotel.


Come faceste?

Un signore che abitava a Roma, nel nostro stesso palazzo, quando seppe che andavamo in Argentina, mi pregò di portare una lettera a suo fratello che era padre superiore e professore del miglior collegio di Buenos Aires. Sto parlando dei Fratelli Maristi, religiosi dediti all’educazione dei giovani. Io e mio marito un giorno andammo a consegnare quella lettera e fummo ricevuti da una bellissima e maestosa persona, padre Lorenzo Catalani, per l’appunto.


Parlava italiano?

Sì, un italiano stupendo. Ci invitò a pranzo e mangiammo molte cose buone. Lì mi spuntarono due lacrime, insomma mi commossi. Ci domandò cosa pensavamo di fare e noi gli spiegammo la nostra situazione. Arrivarono altri due frati, hermano René e hermano Victor: queste tre persone furono la nostra famiglia per molto tempo. Ci dettero una busta con duecento pesos come prestito, per poter trovare un alloggio.


Bastavano?

Affittammo con quella somma un appartamento assieme ad un’altra famiglia italiana e spendemmo tutto: cento pesos di deposito e cento per il primo mese. Patteggiammo che avremmo pagato metà per ciascuno, ma poi capimmo che gli altri non avevano un soldo. Ci comportammo come due tonti, senza nessuna esperienza, e così ci sfruttarono ben bene. In quel momento però, avremmo fatto di tutto pur di uscire dall’Hotel e cominciare a lavorare. Hermano René chiamò non so chi e il giorno dopo mio marito cominciò a lavorare come meccanico nei trasporti di Buenos Aires ed io cominciai a lavorare nella fabbrica argentina di Alpargatas, nel reparto filanderia dove facevamo il filo per le tute.


Com’era il lavoro?

Il lavoro era duro e si guadagnava poco, quarantasei pesos ogni due settimane.


Bastavano per l’affitto?

Non erano sufficienti, ma poi c’era lo stipendio di mio marito con cui si andava avanti.

Avevamo una camera e nient’altro.


Avevate mobili?

No, dormivamo in terra sopra due coperte. Vivemmo così per due mesi. Tutta la notte io

guardavo l’orologio da polso per non far tardi al lavoro, perché non ci potevamo permettere ancora di comperare un sveglia. Poi conoscemmo un italiano da molti anni in Argentina che si offri di farci un prestito con l’interesse del 100%.


Accettaste?

Sì, perché avevamo le ossa rotte e la schiena a pezzi. Con i duecento pesos che ci prestò,

comprammo una rete, un materasso, un tavolinetto e due seggiole. Non ci sembrava vero, quel giorno piangemmo di gioia.


Continuavate a vedere i frati Maristi?

Sì e ci aiutarono in tutto, ci trattavano come persone di famiglia. Appena risparmiammo la somma che ci avevano prestato, andammo a restiturla e a ringraziarli. Ci invitarono a pranzo e ci domandarono se la nostra situazione era migliorata : noi raccontavamo loro tutto ed eravamo ripagati con tanti buoni consigli. Quando ci accompagnarono alla porta mi consegnarono una busta : dentro c’erano 200 pesos, cioè ci regalarono quello che avevamo loro restituito. Le lascio immaginare la nostra emozione, li ringraziammo molto e ringraziammo il Signore di aver trovato tanta gente buona sul nostro cammino.


I vostri compagni di viaggio erano nel frattempo ancora all’Hotel?

No, pian piano erano usciti, perché tutti avevano trovato lavoro; noi stranieri, specialmente italiani e polacchi, eravamo molto apprezzati. Perón disse in un discorso: Ogni casa che vedete sorgere, é un emigrante italiano che risparmiando si fa la casa. Questa era la verità, perché gli argentini erano un po’ pelandroni rispetto a noi.


Quante ore lavorava?

Cominciavo alle sei e lavoravo fino alle quattordici; le ultime due ore erano pagate a cottimo, per guadagnare qualcosa in più. Ero svelta e capace. Al principio mi entusiasmai molto, perché per me era tutto nuovo, tutto da apprendere.


Non aveva alcun problema sul lavoro?

Uno, sì: respiravo cotone. La mattina quando mi svegliavo, attorno agli occhi avevo cotone e quando tossivo, dalla bocca mi uscivano frammenti di cotone. Le lascio immaginare quello che ricevevano i polmoni. Hermano Lorenzo mi chiese se volevo entrare come impiegata in qualche banca o in qualsiasi altro posto; a lui bastava una telefonata ai diversi direttori ed avrei avuto subito il posto di ragioniera; ma come potevo pretendere un posto così senza sapere il castigliano? A me sembrava proprio impossibile, così continuai a lavorare in fabbrica.


Era migliorato il vostro tenore di vita?

Cominciavamo a comprare qualche cosa per la casa. Non andavamo al cinema, perché

costava un peso e cinque centesimi e noi stavamo raggranellando i soldi per comprare due comodini che costavano ottanta pesos. Quando finalmente avemmo quella cifra, andammo al negozio, però come portarli a casa? Il padrone del locale mi disse che loro non consegnavano la merce; quando ci vide così dispiaciuti, chiamò un taxi lui stesso, li caricò e lo pagò; noi contenti e felici arrivammo a casa con i nostri comodini. Fu per noi una vera allegria.


Qual era il vostro rapporto con la gente?

Non ci potevamo lamentare per come la gente ci trattava, perché avevamo molto in comune con loro. Nel 1948, quando andavi per strada, sentivi parlare italiano, a quel tempo gli italiani erano il 50% degli stranieri, gli spagnoli il 40%, mentre il resto era rappresentato da altre nazioni come Germania, Russia e Polonia. Alle industrie piaceva assumere stranieri, perché dicevano che erano buoni lavoratori. Gli italiani in Argentina si fecero un nome straordinario, specialmente nella lavorazione di pelli, scarpe e nella gioielleria. Nelle specializzazioni si incontravano solamente italiani, perché gli argentini non avevano tanta voglia di lavorare, anzi a noi ci invidiavano: dicevano che stringevamo la cinta e costruivamo la casetta con l’orticello pieno di verdura. Loro, invece, facevano gli spacconi: andavano al cinema, nei ristoranti e a ballare tutte le sere. Questo noi non ce lo concedevamo, però realizzavamo molto di più.


Che mi dice degli usi e dei costumi argentini del tempo?

Ci siamo subito abituati, anche se quando siamo arrivati a Buenos Aires ci sembrava di essere tornati indietro di trent’anni; per la strada ci guardavano come bestie rare per come vestivamo; per loro era tutta una sorpresa il nostro vestiario perché durante il periodo di guerra l’emigrazione era stata pari a zero, per cui non c’erano stati scambi ed arrivi. Ecco perché ci osservavano con curiosità, la nostra era la seconda nave arrivata dopo la guerra.


La gente com’era?

I nostri vicini erano sempre gentili e carini, magari per poter sapere tutto di noi, però di cuore buono e molto generosi.


Episodi di razzismo?

Non li abbiamo vissuti né ne abbiamo mai sentito parlare. A noi italiani ci chiamavano tanos, da italiano, e agli spagnoli di qualsiasi parte gallegos, cioé venuti dalla Galizia. Mi chiamavano affettuosamente la tanita, invece a mio marito lo chiamavano el rubio, cio è il biondo; erano termini che non ci dispiacevano affatto. Con gli argentini in generale abbiamo fatto subito amicizia ed abbiamo acquisito il loro modo di mangiare, cio è grigliate a tutto andare, perché la carne costava poco e chi voleva risparmiare doveva mangiare carne.


Com’era la situazione politica? Avete vissuto il periodo di Perón e Evita…

Perón e Evita, quella sì che fu un’ epoca bella e tragica, perché mentre il popolo pensava tutto il bene che faceva Perón, con lo sfarzo di lei e compagnia vuotavano le casse delle banche, e lì cominciò la discesa della nostra povera Argentina. E’ meglio non parlarne; noi l’abbiamo vissuta quell’epoca e abbiamo visto quello che succedeva e prevedevamo quale sarebbe stata la fine, quello che poi è avvenuto puntualmente. Poi cominciarono le rivoluzioni… Sì, attorno al ’52. Noi in casa avevamo tutto, mentre gli argentini piangevano per tutto. A volte penso che siamo stati esseri di transizione: in Italia ricordo il duce e la sua fine, andammo in Argentina ed assistemmo alla fine del peronismo con tutte le sue rivoluzioni. Si andava a letto con un presidente e ci si svegliava con un altro. Con la morte di Evita, finì Perón, cominciarono le rivoluzioni, una dietro l’altra ed iniziò la discesa dell’Argentina; fu un vero peccato, perché era una nazione grande e bella e offriva tutto, specialmente tanta terra da coltivare.


Il lavoro come proseguiva?

Resistetti due anni. Un brutto giorno mi svegliai con una febbre da cavallo, come si suol

dire. Chiamammo il dottore che tra l’altro era figlio di italiani e conosceva bene la nostra

lingua. Il responso fu triste: i miei polmoni erano completamente ostruiti e ciò mi rendeva difficile il respiro. Cominciò col darmi una massiva dose di penicillina ed un altro antibiotico di cui non ricordo il nome; facevo quattro iniezioni al giorno, può immaginare, ero diventata un colabrodo.


Guarì presto?

Il miglioramento era modesto; il medico veniva due volte al giorno a visitarmi e mi diceva che se mi avesse trovata in piedi, mi avrebbe ricoverata per sei mesi. Ogni due mesi andavo a fare le radiografie per vedere il miglioramento ma era molto lento. Se fossi guarita - mi dicevano i medici - sarebbe stato opportuno tornare in Italia, perché

secondo loro il clima non era adatto a me.


Quanto durò la convalescenza?

Quasi un anno. Nel frattempo mio marito dovette cambiare lavoro per guadagnare di più, perché le spese delle medicine e del dottore ci avevano mangiato vivi. L’ultima volta che andai alla visita di controllo, successe un fatto imprevisto: vidi sull’autobus un annuncio che pubblicizzava la Croce Rossa. Mi diressi subito all’indirizzo indicato con l’intenzione di iscrivermi al corso per infermiera professionale. Lì mi chiesero se avevo fatto le scuole superiori in Argentina; dovetti rispondere di no. A casa raccontai a mio marito quello che avevo intenzione di fare e lui mi rispose che mai mi avrebbe dato il permesso. Pensandoci su, ricordai che tra l’Italia e l’Argentina c’era un rapporto di reciprocità per quanto atteneva agli studi, per cui il giorno dopo presi il mio diploma e mi recai nuovamente all’ufficio della Croce Rossa. Mi accettarono subito e mi iscrissi quel giorno stesso, perché aiutare gli altri era sempre stato quello che avrei voluto fare nella vita.


Come andarono gli studi?

Non furono facili, perché dovevo studiare in castigliano, però pianino pianino mi abituai e continuai.


E suo marito?

Era sempre contrario.

Il primo anno prevedeva tre mesi di studi, tre mesi di ospedale e poi altri tre mesi di studi. Superai l’anno con il massimo dei voti in tutte le materie; allora Mario cominciò a cambiare un po’ opinione e pensare che quella avrebbe potuto anche essere la mia carriera. Il secondo anno andò pure bene, ma con un inconveniente: quando in ospedale vedevo sangue, cadevo a terra come una pera cotta. La caposala mi sconsigliò quel lavoro, mi disse che non era adatto a me, ma io, gran testa dura, sono proseguita per il mio cammino e tutto alla fine è riuscito bene. Al terzo anno un medico mi propose un lavoro in un piccolo ospedale appena aperto, di cui era socio; studiavo la mattina fino all’una ed alle due andavo a lavorare fino le dieci di sera; poi a casa mi toccava tutto il resto, però in un modo e nell’altro ce l’ho fatta sempre. Mi sono diplomata col massimo dei voti; è stata una grande soddisfazione per me. Anche mio marito ne fu contento, perche già da tempo aveva capitolato. Ero diventata un’infermiera professionale ed avevo uno stipendio decente. Sotto il profilo economico, le cose erano migliorate, quindi. Stavamo rimettendoci in pari economicamente, dopo tutte le spese affrontate. Lasciammo la casa dove abitavamo e ci trasferimmo in un bell' appartamentino con il telefono. Poi lasciai l’ospedale, perché un cardiologo che attualmente è in California, mi

propose di curare i suoi malati privati con uno stipendio meraviglioso. Pensi che guadagnavo in una settimana quello che guadagnavo in un mese all’ospedale. miei malati mi volevano un gran bene e niente era sacrificio per me; questo si vedeva ed era

molto apprezzato.


E sua madre? Stava a Roma?

In tutto questo tempo la mamma stava ancora a Roma, anche se le avevo sempre detto di venire; lei preferì finire gli anni di lavoro e giungere all’età della pensione. Ci raggiunse a Buenos Aires nel 1958 e siccome ci trovò economicamente bene, ne fu veramente felice. Quando però vide la vita di lavoro che facevamo, cominciò a darci dei consigli.


In che senso?

Mio marito - che lavorava nei trasporti di Buenos Aires- usciva di casa alle quattordici e rientrava alle tre del mattino. Io, come infermiera particolare, lavoravo dodici ore al giorno e molte volte dovevo rimanere due o tre giorni interi in ospedale. Guadagnavo molto, però ero schiava del lavoro, sempre per guadagnare di più. Mamma si lamentava che stava sempre sola e ci diceva che quella non era la vita per noi.


E suo marito, che ne pensava?

Vista l’instabilità politica, mio marito cominciò a dare segni di irrequietezza. Anche la situazione economica pian pianino stava cambiando ed allora si fece strada in lui l’idea di emigrare negli Stati Uniti.


Come pensavate di emigrare senza passaporto?

Avevo sentito dire che a noi italiane sposate con polacchi, ci avevano restituito la cittadinanza e che potevamo riavere il passaporto italiano. Mi presentai al consolato vestita nel modo migliore e con i più bei gioielli che avevo, e chiesi di essere ricevuta dal Console in persona. Non c’era, ma mi fecero parlare con un funzionario, un certo Costantini. Dopo essere entrata nella sua stanza, questi fu chiamato un momento fuori per un’emergenza ed io, rimasta sola, mi misi ad osservare le carte geografiche che aveva al muro; ce n’era una dell’Italia ed una delle Marche. Questo mi fece molto piacere.


Quando rientrò, il signor Costantini esaminò i miei documenti e mi offese dicendomi he per noi romani, se non si era di Roma non si era italiani. - Perché guarda la cartina delle Marche? - mi chiese poi. -Volevo essere certa che Ascoli fosse ancora là - risposi io. Mi guardò, non ricordo se con rabbia o meraviglia, e mi chiese: - Come mai? Gli risposi che, nonostante venissi da Roma (come figurava dal passaporto di rifugiato politico che avevo), ero nata nelle Marche, ad Ascoli Piceno e che tutta la mia famiglia era ascolana. Rimase a bocca aperta, scattò dalla sedia per scusarsi e mi baciò la mano. Era di Macerata e capì che quella lezione se l’era proprio meritata.

Mi disse che la cittadinanza ci era stata restituita e che per avere il passaporto italiano, erano necessari soltanto cinquanta pesos, una spesa minima.


Quando sentii questo, mi misi a piangere:

-Vuol dire che con 50 pesos torno italiana, dopo esser stata sedici anni apolide? - gli dissi. Diventammo amici; le nostre famiglie si incontrarono spesso e quando partii, mi accompagnò fino alle scalette dell’aereo ed aiutò molto mamma che si sarebbe imbarcata di lì a poco per l’Italia. Ci disse che sarebbe tornato a Macerata. E’ stato un buon amico per noi.


Fu facile partire, quindi?

Tutt’altro, c’era il problema delle quote. La quota italiana era già colma da molti anni, perciò non c’era speranza. Allora pensammo alla quota polacca: siccome dalla Polonia il governo comunista non lasciava uscire nessuno, la quota di emigrazione era praticamente intatta. Facemmo i documenti ed entrammo nella quota di emigrazione polacca per gli U.S.A. Ora le lascio immaginare quello che abbiamo dovuto presentare: documenti sopra documenti, dichiarazioni di tutti gli anni di militare di mio marito, degli studi in Polonia, indirizzi, residenze, visite mediche, accertamenti di ogni tipo…Intanto il tempo passava e avevamo perso la speranza. Così seguitammo la nostra vita senza nessuna progetto per l’avvenire.


C’era il problema della cittadinanza di suo marito poi, no?

No. Attendendo l’espatrio negli Stati Uniti, al fine di facilitare le pratiche, mio marito aveva assunto la cittadinanza argentina. Per fare il passaporto dovette pagare 5.000 pesos, che allora erano un bel po’ di soldi. I problemi non erano finiti: per andare negli Stati Uniti si doveva disporre di una richiesta di lavoro e di diecimila dollari depositati in banca. Entrambe le cose erano impossibili per noi. Insomma ci voleva uno sponsor, altrimenti non c’era niente da fare.


Come si risolse la situazione?

Mi ricordai che l’anno prima avevo curato per un mese una signora russa, naturalizzata americana, che mi voleva molto bene. Un giorno mio marito andò a visitarla e le raccontò i nostri problemi. Lei e il figlio decisero di farci da sponsor, cioè avrebbero garantito per noi per cinque anni. Così ci giunse il visto per gli U.S.A. Mario parti il 15 di agosto 1963, mentre io rimasi con mamma perché dovevamo vendere tutto quello che avevamo.


Era contenta di partire?

Non ero molto entusiasta; in Argentina mia madre era con noi e questo era tutto quel che desideravo. In California non avrebbe potuto seguirci, almeno fino a quando non avessimo ottenuto la cittadinanza statunitense. Un nuovo inizio in un’altra terra straniera mi spaventava. Avevo tre mesi di tempo per raggiungere Mario, altrimenti avrei dovuto aspettare tre anni, il che non era opportuno, nè conveniente. Mamma si preparò a far ritorno in Italia. In Argentina a quell’epoca già si profilava una brutta situazione: rivoluzioni in continuazione, l’economia andava di male in peggio. Abbiamo preso la decisione giusta, nonostante l’Argentina resti sempre nei miei più cari ricordi.


Quando partì per Los Angeles?

Il 13 novembre. Mamma rimase a Buenos Aires fino alla metà di dicembre e poi s'imbarcò per l’Italia. Nel ‘70 diventai cittadina americana e così potei chiamarla qui.


Come fu l’arrivo a Los Angeles?

Ero entusiasta e smarrita allo stesso tempo. Tutto mi sembrava grande, immenso: le strade, i negozi… La gente era vestita senza tener conto dell’abbinamento dei colori, ad esempio camicia arancio e pantaloni viola. Sembravano tutti daltonici. Noi in Argentina vestivamo in modo, non dico lussuoso, ma elegantino.. Qui non ci si capiva niente.


Avete nostalgia dell’Argentina?

Sì, molta, di quell'Argentina che ci accolse nei nostri primi passi. Là abbiamo passato i nostri anni più belli; quando siamo arrivati io avevo ventidue anni e mio marito ventisei.

Parlare dell’Argentina è come parlare di un’amica che ti ha teso la mano in un momento in cui sei completamente perduta; si può dire che là siamo cresciuti, abbiamo fatto i primi passi da sposi senza alcuna esperienza; tutto era da apprendere e da scoprire. Non potevo scrivere a mia madre tutto quello che passavamo, perché prima di partire mi disse: Ti sei voluta sposare con chi hai voluto, allora nel bene e nel male non ti lamentare con me. Io ho mantenuto la promessa, e solo quando è venuta in Argentina potemmo raccontarle tutte le nostre vicissitudini. Comunque l’entusiasmo di andare avanti e costruire il nostro futuro è sempre stato grande…quando si é ventenni, niente é difficile, anzi tutto sembra un’avventura…


By Paola Cecchini.


Paola Cecchini

Giornalista, scrittrice e traduttrice, è appassionata di arte, musica e teatro.

Ha pubblicato numerosi libri, presentandoli nei più importanti Istituti Italiani di Cultura in Europa e America:

- In cucina con Rossini (1992)

- La Corte squisita…(1995)

- Loreto ieri e oggi, nella storia e nell’arte (1995)

- Habemus papam- Un modo nuovo di raccontare una vecchia storia (1999)

- ..Fumo nero - Marcinelle 1956-2006 (2006)

- Terra promessa. Il sogno argentino (2007)

- All’ombra di un sogno-Viaggio nell’emigrazione marchigiana e italiana in Brasile(2010)

- Momenti di nostalgia (trad. ‘Entre cuentos de nostalgias’) (2003)

Collabora con numerosi giornali italiani all'estero Nel 1998 e 2000 le è stato conferito un Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.


Riferimenti:

Email: paola.cecchini@libero.it

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