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Post-covid. Il valore più forte: la solidarietà.

La scelta saggia degli adulti. La traiettoria per i nostri figli. Sono questi i giorni più critici della nostra esistenza, piccola esistenza.




Oggi tutto appare incerto e non soltanto a livello socioeconomico, ma anche al livello delle relazioni. Cosa abbiamo ricavato da questa esperienza, mi son chiesto. La risposta parrebbe scontata, e invece non lo è stata affatto. Ci si aspettava che le persone si prendessero il tempo per riflettere sulla propria vita, su dove stiamo andando, cogliendo la rara occasione per essere migliori. Ma qualcosa non è andato nella giusta direzione.

Dopo aver “digerito” le dimensioni pratiche del trauma – stare a casa, indossare la mascherina, fare la fila per fare la spesa - si è passati ad una dimensione ancora più drammatica perché su di essa si proietta l’incognita dei tempi che verranno. Cosa ne sarà di noi se questa dannata pandemia ci presenta un conto persino più salato del precedente? Come dovremo comportarci? Molti fingono di non chiederselo. Altri invece hanno cominciato a mettere le mani avanti, ostentando comportamenti “antalgici”, come se si dovessero proteggere da tutto e da tutti.

Il risultato, già ampiamente visibile in ogni dove, è invece la creazione di un pensiero pericoloso: il male è fuori di me e ogni persona che incontro è potenzialmente infetta. Nessuno lo ammetterebbe mai, ma il panico per quello che sarà sta già mietendo le prime vittime e creando una cultura del sospetto; una cultura che trova nel pregiudizio il suo più fervente alleato e nel conflitto l’epilogo più scontato.

Molti pensano che sia legittimo difendersi in questo modo, perché forse è l’unico modo che conoscono, ma dimenticano un elemento fondamentale: questa pandemia non ha nessun connotato ideologico/genetico/sociale. Il covid colpisce chiunque, senza distinzione.

In questi mesi ho assistito a lotte intestine tra nord e sud, tra italiani ed europei, tra americani e asiatici. Insomma, un tutti contro tutti. La mia domanda allora è stata: ma chi ci guadagna da tutto questo?

La risposta non è giunta, anche se avrei potuto immaginare tesi complottistiche inneggianti scontri ideologici tra i detentori del know-how per fare il vaccino e il popolo bue che pensa di averne bisogno.

Per converso, una risposta di altra natura è giunta puntuale: a perderci siamo tutti.

Ma cosa ci perdiamo, esattamente? Perdiamo, innanzitutto, il senso della dimensione umana del nostro vivere, perché immortali non siamo e non ci è dato modo di superare questo ostacolo intrinseco alla nostra natura. Vorremmo vivere tutti, ma anche prima di questa pandemia questo valore non era realmente pervasivo nelle nostre menti perché non ci preoccupavamo di salvare le vite di tanti bambini bastevoli di una razioncina di proteine. Ci sarebbe bastato davvero poco, ma non lo abbiamo fatto. E il nostro egoismo è ancora talmente alto da spingerci a preoccuparci di salvare solo la “nostra” pelle, dimenticando che la vita ha un valore indipendentemente da quello che noi siamo, e questo soprattutto perché non scegliamo dove nascere o chi essere.

Ma ciò che perdiamo è, soprattutto, il senso e il valore della solidarietà. E questo succede quando decidiamo che dobbiamo aiutare solo noi stessi, o che solo noi siamo degni di essere aiutati. Molti di coloro che pensavano di essere "eterni" si sono ritrovati – senza neppure sapere il perché – con un virus nel proprio corpo, passando improvvisamente nella trincea di coloro che dovevano essere aiutati, ma mantenendo intatta l’arroganza nel dire: “ho il diritto di essere curato. Non voglio morire.”

Il diritto a ricevere aiuto non è prerogativa degli italiani, degli americani, o di chicchessia. Il diritto a ricevere aiuto è di ogni essere umano sulla faccia della Terra. Il punto è che, per molti, il valore della solidarietà ha senso solo quando lo facciamo diventare un nostro personale diritto e non un diritto universale.

Per quanto vanitosi – apriti cielo! - la nostra esistenza non vale un centesimo di più di un altro essere umano. Il valore dell’uomo non si misura sui soldi che fa o che mette da parte, ma da quello che riesce a fare per migliorare qualitativamente la vita dell’uomo su questo piccolo pezzo di terra, ora e nei tempi che verranno. E non parlo certo di tecnologie più simili a giocattolini messi in mano bambini mai cresciuti o di agi di cui potremmo fare davvero a meno. No, parlo di qualità che ci consentiranno di generare vita sul Pianeta.

Aiutare gli altri è la forma più alta di espressione del nostro istinto di conservazione, perché aiutando gli altri rendiamo legittimo il desiderio di essere aiutati quando ne avremo bisogno, perché ciò avverrà. La solidarietà fonda la sua ragione d’essere nel concetto di Agape: amore incondizionato, senza ricompense, perché tutti ne avranno beneficio.

Noi dobbiamo davvero promuovere questo valore nei nostri figli, e non tanto perché i nostri figli diventino più buoni quanto perché il futuro ci ha già messo, tutti insieme, in un necessario rapporto di interdipendenza funzionale in cui essere solidali risulta l’unica soluzione. Le guerre sono fallimentari, lo sappiamo.

Questo mondo, così com’è, non funziona; basta aprire gli occhi per rendersene conto. E allora, impariamo a capovolgere la prospettiva e a promuovere la solidarietà. Una società globale solidale è una società giusta, ma soprattutto sana. È il luogo in cui io vorrei far nascere e crescere i nostri figli.

Molti detrattori diranno che la mia è solo una visione utopica, ma la storia ci ha insegnato che tutto parte da comportamenti individuali. Se anche un singolo uomo può cambiare le cose, immaginate cosa non possano fare un gruppo di uomini e donne straordinari! Noi lo siamo tutti, solo che non ne siamo consapevoli.

La qualità della risposta agli scenari che ci troveremo davanti, lo vedrete, dipenderà veramente da ciò che noi adulti faremo. Nessuno si senta escluso. Non lo sarebbe comunque.


Joe Ferraro

Educationalist & sociologist of education.

I work for private Families and educational organisations. Milano.

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