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La lingua italiana ai tempi del Coronavirus

Sono bastati giorni, qualche settimana, e le vicende del Coronavirus si sono trasformate davanti ai nostri occhi da un lontano racconto di un’epidemia cinese alla pandemia che ha cambiato il mondo. Il modo di raccontare questa stagione della nostra vita, le parole che rimbalzano dalla TV, dai giornali, da internet hanno dovuto descrivere una realtà a cui non eravamo pronti e lo hanno fatto con parole prese in prestito da linguaggi specialistici e portati nell’uso comune; hanno anche ripreso parole del passato, che rimandano alla ciclicità della storia e ad una sapienza che ha già affrontato e vinto mali simili.

Già il termine “Covid19” indica la prassi scientifica che ancora oggi ama fondere parole latine con l’inglese. “Corona virus desease” è l’espressione per esteso e ci mette subito in mostra l’enorme debito culturale che dovremmo mostrare verso i nostri illustri antenati Romani. Se la parola “corona” rimanda alla forma, in questo caso ben poco regale, la parola “virus” in origine indicava un veleno, a sua volta dalla radice indoeuropea “vis” che significa attività, vitalità. Quasi ad indicare che un virus sia una forza che lotta per sua natura per sopravvivere e che quindi richiede uno sforzo straordinario per vincerlo. E pensare che nella storia più recente questo termine era diventato molto più usato nel linguaggio dei computer che nelle vicende mediche, tanto che erano ben maggiori le pene rispetto al rischio che un virus potesse infettare il proprio PC che per un qualsiasi raffreddore. Dopo l’avvento del Covid19 sappiamo già che il riferimento semantico di questo termine sarà d’ora in poi prima per le infezioni umane, poi per gli hard-disk bloccati. Un altro termine di assoluto interesse è “quarantena”, di fatto preso in prestito da quasi tutte le lingue del mondo, che ci riporta all’antica Repubblica di Venezia, alle frequenti epidemie che ciclicamente colpivano e decimavano la popolazione. Anche allora i pericoli maggiori arrivavano da lontano ed erano le navi a trasportarli. Durante la terribile peste nera a cavallo fra il XV e il XVI secolo, Venezia impose a tutte le navi straniere in arrivo una sosta di isolamento in mare, vicino ad alcune isole, per 40 giorni: “una quarentena di zorni” - dicevano loro in veneziano – una quarantina di giorni, diremmo noi oggi, un tempo approssimativo, ma efficace, che serviva per vedere se effettivamente l’epidemia si sviluppava a bordo, oppure no. Che le malattie infettive fossero frequenti a Venezia è dato certo, così come i modi per cercare di affrontarle. Basti pensare che è veneziano anche il termine “lazzaretto”, divenuto comune in tante lingue per indicare il luogo che raccoglieva i malati di peste o lebbra. La parola veniva dall’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth, diventato il punto di isolamento dei malati, chiamato anche “nazaretto” e forse trasformato in lazzaretto per la consonanza con il nome Lazzaro, il malato fatto risorgere da Cristo nel Vangelo. Ben lontano da questa vicenda etimologica, ma paradossalmente ancora legato alla città di Venezia, è importante registrare il definitivo cambiamento d’uso della parola “mascherina” che ha sempre avuto, come significato più comune, una copertura per gli occhi che celasse la propria identità, come prassi vuole durante il carnevale. L’avvento del Covid19 ha fatto sì che ormai il termine cambiasse direzione e l’elemento ludico finisse in secondo piano, a vantaggio di un senso preesistente, ma meno comune, cioè la mascherina in campo medico o come protezione respiratoria nel lavoro. Dagli occhi, dunque, la mascherina è scivolata alla bocca: poco male, se ci salva la vita. Paradossale, piuttosto, è lo stravolgimento di senso che subiscono anche alcune delle parole più chiare ed univoche della nostra lingua, coinvolte anch’esse nel continuo rimescolamento fra termini medico-scientifici e l’italiano comune. “Positivo” e “negativo” descrivono umore, stato d’animo, il modo di approcciare la vita, anche un semplice pensiero nella nostra mente: non abbiamo dubbi sul significato dell’uno e dell’altro. Se non fosse che oggi essere positivo (al test del Covid19) rappresenta una condanna, tanto quanto risultare negativi suona come una liberazione. Impareremo anche questo, quasi come un rinnovato dettame taoista: non tutto il negativo è negativo (e il suo contrario). Non poteva mancare il peso solennemente barocco del linguaggio legislativo/burocratico, che dispensa ovunque “ordinanze, decreti, autocertificazioni, proroghe, deroghe” e vieta severamente “assembramenti”. Per intenderci questa parola significa “formazione di un gruppo di persone”; peccato che ricordi il verbo “assemblare”, con la elle, che significa “mettere insieme dei pezzi per comporre qualcosa”. È così che molti italiani (e parecchi politici) si sbagliano in continuazione e dicano “assemblamenti”, evidenziando una certa predilezione per la modalità di costruzione dei mobili Ikea. Per concludere non poteva mancare un prestito dall’inglese, un termine che non avevamo, non abbiamo voluto coniare con un neologismo e che in fondo sentiamo vagamente distante: “smart working”. È questa la parola usata ora per indicare chi lavora con il computer da casa. Ma forse tanto “smart” a casa non ci sentiamo, distratti dai rumori dei bambini, dallo sbattere delle padelle, dagli schiamazzi dei vicini e dalle TV sempre accese. Con tutti i sacrifici che comporta la mobilità, ritornare in ufficio sarà in fondo sia piacevole che produttivo, per riscoprire che “smart” significa per noi ristabilire un autentico contatto personale ed umano, anche ai tempi del Covid19.


by Giorgio Massei.


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