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IL FASHION TRA GREEN & CIRCULAR ECONOMY.

Ho avuto modo di conoscere il direttore Javier Pablo Lucca durante una visita nelle Marche e nell’occasione mi spiegò il progetto di Voce. Mi ha subito attratto e convinto l’idea di un canale diretto tra Italia e Argentina (e magari anche oltre!) che tenga aggiornati gli italiani e tutti coloro che hanno l’Italia nel cuore. Ho subito accettato con entusiasmo appena mi ha offerto l’opportunità di collaborare per ciò che riguarda il mondo del Fashion. D’altra parte, come si dice, io sono nato nel Fashion ! La mia famiglia opera in questo settore sin dai primi anni ’60, l’epoca d’oro del Boom Economico, quando mio nonno Carlo aprì ad Ancona, nella splendida terra delle Marche, la prima attività di vendita di tessuti e soprattutto dei primi abiti confezionati. Poi si è sviluppata attraverso i miei genitori ed è giunta a me e a mia moglie Claudia in un momento di grande difficoltà economica per l’Italia che ci ha imposto un drastico cambiamento attraverso una visione completamente diversa rispetto al fashion come è tradizionalmente inteso. Inoltre in qualità di Docente del Corso di Laurea in Fashion Design all’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona ho potuto apprezzare come le giovani generazioni, quando opportunamente incoraggiate, siano creativamente molto avanzate e con un forte spirito innovativo che lasciano ben sperare per il futuro.


Pertanto, chiudendo questa doverosa presentazione, inizio questa collaborazione con gli amici e i lettori di Voce affrontando un tema centrale del fashion attuale.

Uno dei Trend Topic del momento è sicuramente la Sostenibilità Ambientale (Environmental sustainability), declinata in tutte le sue forme.

E un tema così sentito non poteva non influenzare ed essere influenzato dal mondo del fashion.


Nel 2007 nasce il concetto di Slow Fashion che, seguendo i principi del più noto Slow Food, cerca di introdurre una concezione di Fashion fondata sui principi di Qualità, Basso impatto Ambientale e Accessibilità intesa come possibilità d’acquisto per il più alto numero di consumatori possibili.


Opposta concettualmente al Fast Fashion definita come Moda a bassa qualità, con materie prime scadenti e addirittura tossiche, destinata ad un uso limitato nel tempo (“Usa e Getta”) seguita dalla maggior parte delle grandi industrie di Moda, lo Slow Fashion si fonda sull’acquisto di abbigliamento vintage (spesso soggetti ad azione di redesigning) e una continua ricerca delle creazioni limitate e particolari dei piccoli produttori e artigiani.


Lo Slow Fashion si innesta in un contesto e un concetto più ampio definito Economia Circolare (Circular Economy). Lo stesso Presidente Mattarella ha recentemente definito ’Economia Circolare come “un modello produttivo che riduce gli sprechi e tutela l’ambiente e perciò può creare un circolo virtuoso di crescita ed essere una opportunità di sviluppo”.

Al centro vi è un modello di economia che, a partire dalla consapevolezza del carattere finito delle risorse, riduce e/o elimina lo scarto, differenzia le fonti di approvvigionamento di materia, recupera e ricicla i materiali, fa vivere il più a lungo possibile i prodotti di consumo, massimizzandone il valore d’uso.

Attraverso questa ottica ogni prodotto che prima veniva definito “di scarto” diventa una risorsa, anche attraverso un processo di pianificazione definito “Cradle to Cradle” (C2C) nel quale un prodotto viene progettato sin dall’inizio prevedendo un uso ulteriore e diverso oltre quello per il quale è nato, compreso quindi il riuso o il riciclo.

Una visione completamente opposta alla tradizione economica in cui il processo produttivo è un percorso lineare in cui l’oggetto passa dalla nascita allo smaltimento come rifiuto.


Chiaramente ciò ha un impatto positivo non solo per quello che riguarda l’aspetto “green” della società (minor produzione di rifiuti compresi quelli altamente tossici come i coloranti e le fibre sintetiche,) ma anche economico per chi lo produce (meno materiale di scarto, minor utilizzo di macchinari industriali) ed incentiva le capacità creative dei fashion designer creando nuove opportunità di lavoro, commerciali ed artistiche.

Per quello che riguarda il Fashion la Circular Economy si può declinare sia attraverso la raccolta, la sanificazione e il riciclo degli abiti usati recuperandone le fibre tessili da riutilizzare (d’altra parte il Pile è un esempio di Circular Economy derivando dal riciclo del PET) oppure con il redesigning di abbigliamento usato o destinato al macero.

Quest’ultimo processo, definito Upcycling Process, significa dare nuova vita e nuovo valore a oggetti e beni, nel caso dell’abbigliamento ovviamente capi di moda, che altrimenti avrebbe valore nullo.

Infine, oltre al riuso e riciclo dell’oggetto in sé, un altro aspetto della Circular Economy prevede l’uso di materie prime derivate dalla rielaborazione e recupero di materiale di scarto “alternativo”, come ad es. le fibre tessili derivate dal recupero della cellulosa dagli scarti del settore agricolo.

In questo senso l’Italia ha una tradizione di ricerca molto avanzata che nasce negli anni ’30 quando s’inventò la fibra tessile Lanital che derivava dalla caseina del latte.

In sintesi: per il mondo del Fashion e del Design la consapevolezza dell’importanza della visione green apre nuovi e interessanti scenari che, se adeguatamente approcciati, offrono sicuramente tantissime opportunità non solo di crescita economica ma anche culturali ed artistiche.



Prof. Fabio Regina

Docente e Responsabile del Dipartimento di Belle Arti, Artigianato, Archeologia e Restauro

Accademia di Belle Arti e Design POLIARTE – Ancona

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