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ALLE RADICI DEL BEAT IN ITALIA - Intervista a Stefano Spazzi

Il Beat sta tornando in questi anni. Non come semplice operazione revival, è suonato anche da gruppi di giovani, di generazioni ben successive a quelle dei mitici anni 60. Ma a cosa si deve il ritorno al Beat di questi anni? E’ "solo" la voglia dei protagonisti di allora di tornare a suonare o è una necessità, una richiesta della società di oggi? Lo chiediamo a Stefano Spazzi, avvocato, musicista e scrittore di vari libri sull’argomento, con riferimento all’esperienza marchigiana ed anconetana, di ieri e di oggi.



Stefano, quali sono i caratteri distintivi del Beat ed il movimento degli anni 60?

Il Beat è stata una grandissima rivoluzione sociale, culturale, musicale. Per la prima volta nel dopoguerra i giovani hanno preso in mano la loro vita ed hanno cercato di ribaltare le convenzioni e vivere in modo diverso rispetto a quanto facevano i loro genitori. Il modo principe di questa rivoluzione è stato quello di dare vita con altri ragazzi ad un complesso, riunirsi, suonare. E’ stata anche la prima volta in cui i ragazzi sono diventati una categoria definita. Prima l’adolescenza era un’età di passaggio tra l’infanzia e l’essere uomo o donna, ma non c’era la categoria dei giovani. Con il Beat ciò succede, anche per caratteristiche storiche legate al boom economico, che seppure quando il Beat entra ormai la sua onda l’ha già esaurita, dispiega i suoi effetti e fa si che ci sia un po' più di benessere ed i ragazzi abbiano qualche disponibilità per acquistare delle camicie, dei dischi, che diventano oggetto del futuro boom consumistico.


Dacci una fotografia dei gruppi beat della Ancona di allora.

Ancona come tante altre città esce a pezzi dalla guerra. C’è una grossa volontà di ricostruire, di vivere, e si sprigiona questa energia. I ragazzi si ritrovano in ogni posto dove sia possibile suonare: una cantina, un garage, locali improvvisati. Quello che rompe con il fare musica precedente è dato dalla sostanziale impreparazione: nessuno di questi ragazzi, se non in rari casi, aveva una preparazione musicale accademica: erano tutti ragazzi che, appresi i primi rudimenti dello strumento, volevano suonare subito. Molti si formano sul campo, suonando, nei lunghi rodaggi delle serate. C’era questa energia vitale che sgorgava da questi locali, dando vita ai gruppi.

Ancona si è caratterizzata per una demarcazione di quartieri, ogni quartiere aveva il suo o i suoi gruppi, spesso con grosse rivalità, poiché i quartieri in quel periodo erano formati da ragazzi nati e cresciuti nello stesso gruppo di case e contesto culturale, una connotazione che oggi non esiste più, i quartieri sono più diluiti. In quel periodo l’appartenenza ad un quartiere era molto sentita come identità, che dava vita ad un complesso, ed essere rivali di complessi di altri quartieri.


Quali erano i riferimenti musicali, i gruppi a cui si ispiravano?

C’erano due grandi partiti, quello dei Beatles e quello dei Rolling Stones. I più melodici guardavano ai Beatles, i più ruvidi ai Rolling Stones. C’era la “British invasion”, e tutti i gruppi che portavano questa identità musicale Beat venivano saccheggiati a piene mani, anche con metodi rudimentali, con qualche radio che si riusciva ad intercettare, o con dischi che arrivavano grazie a qualche amico avventuroso di ritorno dall’ Inghilterra.


Possiamo dire che questa è un po' una fotografia dell’Italia giovanile di quell’epoca?

Sì perché sostanzialmente, al netto delle differenze regionali delle varie città, non c’è stata una grandissima differenza tra le diverse zone d’Italia, il movimento ha avuto dei caratteri unitari nelle varie parti d’Italia. Certe canzoni che ancora sono conosciute come “Io ho in mente te”, “Quel che ti ho dato”, “Un angelo blu” (Equipe 84), Che colpa abbiamo noi”, “C’è una strana espressione nei tuoi occhi” (Rokes) sono solo alcuni dei brani che hanno acceso questi gruppi. Stiamo così parlando di complessi italiani che. insieme ai grandi stranieri, con le loro canzoni sono stati grande ispirazione per i gruppi che nascevano nelle città, come I Corvi (“Un ragazzo di strada”). I gruppi per la maggior parte non proponevano musica originale, se non in rari casi, come Gene Guglielmi il padre del Beat con i suoi brani “I capelli lunghi”, “La luna le stelle e il mare”, due capisaldi, ma in generale tutti i gruppi proponevano cover, traduzioni in italiano di successi inglesi.


Qual' è il legame tra il beat nella letteratura e la cultura in genere, ed il fenomeno musicale?

C’è un legame stretto, il Beat, la Beat generation nascono negli Stati Uniti, e quando si parla di Beat Generation si parla di Jack Kerouack, Gregory Corso, Ferlinghetti, questa nidiata di scrittori e poeti che hanno dato vita a questo fenomeno. In Italia non c’e’ questa avanguardia letteraria, ci sono casi sporadici, Gianni Milano, non paragonabili come notorietà mondiale ai nomi citati prima. Mancando l’avanguardia letteraria il Beat in Italia si risolve nella corrente musicale. Perde l’impatto letterario per guadagnarne in quello musicale. Molte volte certe cover di brani musicali inglesi riproposti in italiano, in casi come quelle dall’Equipe 84 guadagnano in bellezza, basti pensare a “Ho in mente te” che è nettamente superiore alla originale.

Perché, secondo te, proprio ad Ancona, il fenomeno è stato così "abbondante" allora, e così duraturo, fino ai tempi attuali?

Ci sono state circostanze favorevoli, direi un humus favorevole. Tra il 1964 e il 1969 Ancona è stata anche al centro di manifestazioni importanti di quel periodo. E’ stata tappa del Cantagiro per ben 4 volte, che pur non essendo espressamente un evento Beat, nel 1966 ha ospitato il testa a testa tra l’Equipe 84 ed i Rokes. E’ stata per più volte sede più volte di selezioni per il trofeo Davoli e per il trofeo EKO, due manifestazioni tipicamente Beat, e nel 1967 ha ospitato sia la semifinale regionale che nazionale del trofeo EKO, a testimonianza che era una sede importante per il momento, sia per i gruppi che per la qualità della proposta.


Ed ora, a cosa si deve il ritorno al Beat di questi anni? E’ "solo" la voglia dei protagonisti di allora di tornare a suonare o è una necessità, una richiesta della società di oggi?

Stiamo parlando di brani immortali, e questa ne è la prova: a distanza di 50 anni ci sono ragazzi di ieri e di oggi che si ritrovano a suonare quelle canzoni, perché la loro freschezza liberatoria è rimasta intatta. Dopo un comprensibile periodo di attesa sotto la polvere, di quiescenza, sono tornate, anche più belle di prima, senza risentire del passaggio del tempo, e sono risultati pezzi attualissimi.


L'anno scorso l'Ancona Beat Festival ha avuto una grande eco, a livello non solo locale ma anche e soprattutto nazionale nel settore e nell'ambiente musicale, e presso varie comunità italiane all'estero. Quali sviluppi sono previsti per il futuro?

Ci sarà uno sviluppo, una crescita, ci saranno nuove edizioni dell’Ancona Beat Festival, e con questo l’idea che Ancona possa diventare un faro per il nuovo movimento beat, e possa anche nelle nuove edizioni attrarre ospiti importanti e nuove leve. Il beat difatti è un genere, attuale, da non confondere con una operazione di revival, ed è suonato da gruppi di ragazzi molto giovani, di generazioni ben successive a quelle degli anni 60. La speranza è che la manifestazione possa radicarsi e diventare un importante riferimento per il beat.


by Silvia Tamburriello: Stefano Spazzi e Bobby Posner dei Rokes, Ancona Beat Festival.


La famosa soffitta dei Wanted, anni 60.



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